Friday, November 27, 2015

Una vita secondo il Vangelo


Introduzione a la vita devota, Terza parte, capitoli  1 – 16
Gruppo:  José Antonio Santis Pinedo, Benjamin Gahungu, Yoshikazu Tsumuraya  e M. V. Prakash.
Lunedi, 23 novembre 2015.

Ciò di cui abbiamo posto più attenzione


José Antonio:

Come abbiamo visto in tutta l'opera, e in particolare in questa terza parte del libro, la proposta che San Francesco di Sales fa a Filotea, al fine di condurre una vita secondo Gesù Cristo, è lo stesso che per assumere un consacrato o un sacerdote. Ciò che ci permette di dire che l'essenza del cristianesimo o lo sfondo è lo stesso per tutti coloro che accolgono Cristo nel suo cuore e si desidera seguire, realizzare i loro mandati, di condurre una vita devota, essere santi. La differenza quindi, tra un cristiano laico e un cristiano sacro non sarebbe nell'essenza ma nel modo di vivere il cristianesimo, il primo nel secolo, il secondo da uno stile di vita, che come suggerisce il nome, sono dedicati a Dio, affrontare i problemi e le cose di Dio. Entrambi chiamati a vivere, ognuno nella sua condizione la decisione radicale di seguire Gesù, ogni chiamato alla vita santità. Se è così, ogni cristiano deve avere sostanzialmente la stessa formazione che gli consenta di raggiungere l'obiettivo di santità e di ogni si vive secondo la vostra scelta o stile di vita.

圓谷能 (Yoshikazu): 

Mi sono impressionato molto dai consigli del santo, trovati nella terza parte. Sono molto concreti con pieni immagini e esempi ed sono adatti a Filotea (cfr. capp. 6, 13, 14, 15, 16 ecc.), signora laica cristiana. Ne derivano, secondo me, quattro cose: una prima è che il Vescovo di Ginevra conosce bene Filotea, cioè la sua personalità, il suo stato sociale, la sua condizione di vita e il grado della sua vita devota; una seconda è che egli, anche forse con tante esperienze pastorali, conosce bene la realtà del mondo (costumi culturali, pensieri, condotta della gente contemporanea); una terza è che egli è davvero un vero pastore nonché umanista con la conoscenza limpida della Bibbia e della vita e pensiero dei santi e anche quella di varie scienze umane; l’ultima è che anche nella terza parte si intravede il pensiero del santo della vocazione universale alla santità. Come dice l’autore, le virtù devono essere veramente vissute. Ora, vorrei indicare in seguito le riflessioni personali sulle due virtù, la pazienza e l’umiltà interiore.  La prima è la pazienza (3,3). È importante questa virtù per mortificare il cuore, che è l’aspirazione dell’uomo. La pazienza deve esercitarsi nel sopportare la sofferenza, le afflizioni, le ingiurie, le contraddizioni, i dispiaceri. Nel mondo però ci sono falsi pazienti che «amano la tribolazione, ma soltanto l’onore che ne deriva». Il vero paziente è invece «chi vuole servire Dio, sopporta con animo uguale le tribolazioni unite al disonore e quelle che danno onore». Infatti, non potremo mai compiere atti di grande pazienza, «finché non saremo capaci di mangiare il pane dell’amarezza e vivere tra le sofferenze». Detto così, non possiamo dimenticare una cosa importante, che sottolinea con forza il vescovo di Ginevra. È questo: il referente dell’esercizio della pazienza è sempre Gesù Cristo. Ciò significa che non deve esercitare la pazienza in modo autoreferenziale, ma in modo unito a Gesù Cristo, perché Egli ha salvato l’umanità soffrendo con costanza, «Egli ha sopportato per te». San Francesco esorta a pensare che tutte le nostre sofferenze non sono in alcun modo paragonabili alle sue, né per intensità, né per numero. Quando ci mettiamo in difficoltà, perciò, occorre offrire i nostri dolori, gli inconvenienti e le dolcezze per il servizio del Signore, e chiedergli, con insistenza, di unirli a quanto Egli ha sopportato per noi.

La seconda è l’umiltà interiore (3,5). Secondo me, questa è una delle virtù che l’autore sottolinea con maggior forza all’interno del libro. Mi colpisce fortemente quando l’autore dice che alcuni «rifuggono dal mettere i loro talenti al servizio di Dio e del prossimo perché, dicono, conoscono la loro debolezza». A me capitano qualche volta situazioni simili in cui esito a metterli al servizio del prossimo. Ma l’autore dice che «tutte queste preoccupazioni sono soltanto inganni, una sorta di umiltà non soltanto falsa, ma perversa, per mezzo della quale si tenta di coprire di umiltà l’orgoglio della propria opinione, della propria indole, della propria pigrizia». Sono molto forti queste parole veritative per me. Infatti, riflettendo personalmente, mi viene in mente il ricordo di essermi comportato con questa umiltà perversa, avendo forse un’intenzione di voler difendere me stesso dal disprezzo e di non voler perdere la fiducia in me. La vera umiltà, dice l’autore, è «il vero sole delle virtù sulle quali deve sempre brillare». L’umiltà infatti nasconde e copre le virtù e le lascia apparire solo per il servizio della carità che eleva l’anima alla perfezione. Si richiede perciò l’esercizio della vera umiltà piena dell’amore nella devozione.

Benjamin y Prakash concentrano i loro contributi sulla virtù della carità:

San Francesco presenta a Filotea la carità come regina delle virtù. Pero deve essere circondata o accompagnata sa tutte le altre virtù secondo lo stato di ciascuno.  Secondo il nostro stato di vita e le nostre sensibilità alcune virtù richiedono più frequenza che le altre sul nostro cammino di perfezione e nei nostri confronti col prossimo.


Siamo tutti invitati a combattere i nostri vizi con la pratica delle virtù. L’impegno serio e fedele nell’esercizio delle virtù nos esclude la prudenza soprattuto quella della guida spirituale per no cadere nelle passioni e illusioni.

Sommario di José Antonio Santis Pinedo.
Fotografie di Joe Boenzi.

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